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Nel nome del niente. Nel nome del padre (Il dopo '68)

Il '68: I cattivi maestri

Utopia o presenza. La grande alternativa degli anni Settanta raccontata da un testimone. La storia di un gruppo di universitari sfidati a vivere il reale. Testori e Tobagi, due articoli e una storia
Intervista di Alberto Savorana

Negli anni Settanta frequentava l'Università Cattolica a Milano. I suoi genitori erano emigrati a Milano da Loreto Aprutino, un paesino degli Abruzzi. Luigi Amicone, ora giornalista e scrittore, ha attraversato da studente l'epoca dell'ideologia che mieteva vittime per le strade. Il ricordo di quegli anni finì in un libro voluto da Giovanni Testori, "Nel nome del niente". A distanza di vent'anni, Amicone ripercorre la sua storia personale che un bel giorno si imbatte in quella di Cl. Da allora è un continuo di incontro-scontro con una realtà che in quegli anni era dura fino alla violenza fisica, mai subita passivamente. A Rimini, nel 1976, si era svolta una storica Equipe degli universitari di Cl, che segnò una svolta nella vita di migliaia di giovani e adulti.

Trent'anni dal '68.

Tu ne hai vissuto le conseguenze immediate, prima come studente liceale e poi come universitario alla Cattolica. Che cosa resta di quella stagione o che ricordo ne hai?
Luigi AMICONE: Il momento che mi ha chiarito l'esperienza di quegli anni risale al '76 quando don Giussani propose la grande alternativa tra due parole: utopia e presenza. L'utopia, come lui la descrisse: violenza sul presente in nome di un futuro migliore. E la presenza: lo spessore dell'uomo e della sua libertà di fronte alla realtà, di fronte alla prima realtà che sono i suoi desideri.
La mia esperienza degli anni '70 è quella di un giovane che entra nella scuola e si sente provocato da parole che gli evocano il desiderio di cambiamento della realtà e lo proiettano verso quella che chiamavamo la "lotta", facendogli dimenticare - e qui è l'utopia - quella che è la sua realtà.

E la realtà che cos'era per te?
Luigi AMICONE: A 14 anni entrai in un piccolo gruppo, si chiamava Avanguardia Operaia. Ricordo un episodio in cui mi accorsi della violenza dell'utopia: il "processo" fatto a un mio compagno di classe indicato come fascista. Fu per me il segnale che qualcosa non funzionava.
Comunque, la realtà per me fu soprattutto l'incontro risolutivo con una persona la cui umanità era un'espressione di quella liberazione che cercavo.

Dove è accaduto?
Luigi AMICONE: Nell'oratorio di Santa Maria alla Fontana, a Milano, dove un gruppo di adolescenti andava ormai solo per giocare a pallone e per discutere. Uno era in Lotta Continua, un altro nel Movimento Studentesco. Parlavano di impegno "politico-sportivo" (sic!), che in fondo era un modo per distinguersi dagli altri. Ricordo una sera in cui venne un nuovo prete - si chiamava don Giorgio -, che affrontò tutta questa comunità e disse: «Come vi impegnate da cristiani?». Chi disse nel Movimento Studentesco, chi altrove. Ci fu un parapiglia tra quel prete e i più grandi. Quella sera volarono anche delle sedie. Noi più piccoli ascoltavamo. Quel prete diceva: «Cristo. Non c'è bisogno di aggiungere altro. Iniziate a vivere questo, a mettervi insieme in nome di questo». E gli altri: «Tu sei un reazionario!». Alla fine ci pose un aut-aut: «Scegliete voi da che parte stare». Mi misi dietro quell'uomo, non perché era il prete, ma perché, anche se non avevo capito tutto, mi persuadeva di più la sua umanità che non tutti i discorsi dei miei capi che pure stimavo, uno era il leader di Avanguardia Operaia nella mia scuola, si chiamava Walter.
Entrando in università nel '76, don Giussani ripropose la stessa cosa. Allora come universitari di Cl eravamo molto impegnati sull'ambiente culturale, sulle battaglie politiche che ci stavano logorando. E lui, invece, ci ributtò di fronte alla presenza, nel senso di fare i conti con quello che ci era stato comunicato. Nessuno di noi poteva negare quello che avevamo incontrato: qualcuno cominciò ad andare fino in fondo, anche se non sapevamo che conseguenze avrebbe prodotto.
E così, seguendo quel suggerimento a guardare la realtà, accadde che cercammo di incontrare quelli di Lotta Continua. Lo spunto del primo incontro fu una lettera comparsa sul quotidiano Lotta Continua sul suicidio del compagno Roberto: «C'è il desiderio che tra la nostra splendida teoria piena di futuri paesi delle meraviglie e la nostra "squallida" pratica quotidiana non si lasci più aperto un varco così grande che un uomo possa perdersi. Un compagno di Roberto». Avevano separato la vita dalla lotta politica: ci dissero che personalmente, umanamente, non avevano niente contro di noi, ma noi eravamo quelli contro l'aborto, il divorzio...

E proprio in quegli anni incontraste Giovanni Testori, lo scrittore discusso e ribelle...
Luigi AMICONE: Accadde nel 1978, all'epoca del caso Moro. Sul Corriere della Sera del 20 marzo Testori scrisse un articolo dal titolo «Realtà senza Dio»; parlando in prima persona - e questo era già una cosa rara per un intellettuale - delle vicende del terrorismo, testimoniava di una mancanza grave di quel tempo, cioè la perdita del senso della realtà. E poi un uomo considerato laico e dissacratore parlava di Dio in un modo che non eravamo soliti leggere sui giornali. Sottolineava che la tragedia era diventata così violenta perché s'era perso Dio che era alla base della realtà. Gli telefonammo e Testori ci invitò nel suo studio. In uno sparuto gruppetto bussammo alla sua porta in via Brera. Appena entrati, lui si schernì perché non pensava di essere interessante e soprattutto si stupì che da un mondo così lontano dei giovani cattolici venissero a cercarlo. Iniziò una frequentazione settimanale, uscivamo a mangiare insieme. Testori volle conoscere di più il movimento: lui e don Giussani fecero una conversazione con gli universitari al Pime, in via Mosé Bianchi. A Testori era morta la madre l'anno precedente. Disse: «Ci sono momenti in cui il destino personale e sociale si incontrano. Per me la morte di mia madre e la tragedia di Moro è come se mi avessero spinto a riconoscere questo».

Subito dopo Testori volle la collana Rizzoli "i libri della speranza" in cui uscì una sua storica conversazione con don Giussani dal titolo "Il senso della nascita" e dove tu pubblicasti "Nel nome del niente". Dal '68 all'80, ovvero come si uccide una speranza, spinto proprio da Testori. Come accadde?
Luigi AMICONE: Diceva che la vita che aveva incontrato era così ricca di testimonianza, di esperienza e di giudizio sul mondo che andava raccontata. Il titolo lo scelse proprio lui e lo scrisse anche nell'Introduzione: «L'autore ne avrebbe desiderato un altro; meno duro. Molto mi costò a persuaderlo che l'apparente negatività del titolo, con l'evidenziare, sia pure per mancanza, il segno reale e positivo di cui risulta il contrario, e cioè "nel nome del Padre", incarnava assai meglio la passione che l'aveva spinto a scriverlo».

In quel tempo tragico per l'Italia incontraste anche Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera ucciso dai terroristi della sedicente "Brigata XXVIII marzo".
Luigi AMICONE: Quello con Tobagi fu, purtroppo, un incontro mancato. Gli telefonammo da una cabina fuori della Cattolica in occasione di un suo articolo in prima pagina sul Corriere della Sera del 21 marzo 1980. Era andato in Università Statale, aveva letto un nostro tatzebao e una settimana prima di morire scrisse: «Possiamo non essere d'accordo quando dicono che "solo l'incontro con uomini resi più liberi e più responsabili dalla verità del cristianesimo ci permette di sperare". Possiamo pensare che peccano di integralismo. Ma non possiamo pensare che le loro domande non tocchino il cuore di una crisi che è anzitutto morale e ideale». Ci dette l'appuntamento per la settimana successiva. Fu ucciso pochi giorni dopo e non potemmo conoscerlo.

Come mai con due lauree sei finito a fare il giornalista, prima a "Il Sabato" e adesso come direttore di "Tempi"?
Luigi AMICONE: Sono uno di quei pochi che non ha potuto godere dei fantastici e ricchissimi anni '80, perché li ho fatti studiando ancora, per una decisione personale, frutto di una cena con due-tre amici. Dopo avere fatto il perito chimico al Molinari, Scienze Politiche in Cattolica, avrei dovuto fare l'insegnante, ma mi mancava - per usare un eufemismo - qualche base. Così presi la decisione di laurearmi in Lettere. In quegli anni mi sono sposato; non ero di famiglia ricca, con sacrificio e con l'aiuto degli amici, insegnando religione, ho preso la seconda laurea. Poi nell'inverno 1988 ci fu l'occasione di entrare a "Il Sabato", col quale già collaboravo. Non c'era nessuno che copriva gli esteri e fui mandato in giro per l'Europa.

Come furono quegli anni a "Il Sabato"?
Luigi AMICONE: Fu una grande scuola. Ero l'ultimo arrivato e potevo godere della possibilità di vivere un "giornalismo viaggiato". Fu un'esperienza che non avrei mai potuto fare altrove. Ero a Berlino prima e durante la caduta del Muro, ho seguito la rivoluzione dell'89 praticamente in tutti i Paesi dell'Est europeo, sono stato l'ultimo giornalista occidentale a entrare nella roccaforte di Beirut est e a intervistare il generale Aoun, poi feci servizi dalla Russia e da Israele, l'ultimo alla vigilia della Guerra del Golfo. Sono stato tra i primi a entrare in Iraq, ho passato il Natale tra le città bombardate di Baghdad e Bassora, sono stato in Croazia e in Serbia durante il conflitto nella ex Jugoslavia, nei ghetti del Bronx di New York e delle rivolte nere di Los Angeles, ho seguito il Papa in alcuni suoi viaggi, ho intervistato Havel, Walesa e Arafat. Insomma, una gran bella avventura. Il mio primo reportage fu da Belfast. Non dico queste cose per vantarmi, perché non c'è proprio nulla di cui vantarsi. Lo dico per ricordare anzitutto a me stesso: debbo tutto a un certo tipo di educazione, quella che ho ricevuto nel movimento, che ti dà le antenne giuste per vedere le cose.

Vedendo quel che hai visto in giro per il mondo, che idea ti sei fatto delle "magnifiche sorti e progressive" della Rivoluzione Francese che avrebbe dovuto eliminare le guerre e assicurare la pace universale tra i popoli e le nazioni?
Luigi AMICONE: Le parole della Rivoluzione Francese - libertà, uguaglianza, fraternità - sono parole consegnate dalla tradizione cristiana in termini di civiltà. La Rivoluzione è l'apice della distruzione della civiltà che ci era stata consegnata. Oggi di quella rivoluzione non rimane neanche la violenza di un Robespierre, c'è una marmellata culturale dove le parole vengono utilizzate come dei dogmi indiscutibili, parole che non sono più paragonate con niente dell'esperienza se non come imposizione. Lo vediamo in questi giorni sulla stampa a proposito della libertà della scuola.
Mi ha fatto impressione sentire che in Germania la maggior parte dei cittadini sarebbe disposta a sacrificare la libertà in nome dell'uguaglianza. Queste due parole dicono esattamente la differenza tra l'utopia e la presenza; fare dell'uguaglianza una bandiera è proprio l'espressione dell'utopia, perché è talmente evidente che l'uguaglianza non c'è. Mentre la libertà è la possibilità concreta del realizzarsi dell'uomo. Chi parte con l'uguaglianza, è disposto a sacrificare l'uomo in nome di un collettivo. Chi parte dalla realtà sottolinea l'irriducibilità e il protagonismo della libertà umana.

A proposito della stampa, uno degli autori a te più cari è Pasolini, che aveva profetizzato l'omologazione culturale di questi anni e aveva previsto una cappa di uniformità e di conformismo dietro un'apparente progressismo e libertà assoluta nel pensiero, nei gusti e nella pratica di vita. In una situazione come questa come ti è venuto in mente di fare un piccolo settimanale semiclandestino?
Luigi AMICONE: Pasolini mi ha regalato anche un piccolo scoop, perché siamo stati noi a scoprire e a pubblicare su "Il Sabato" alcune sue poesie inedite. Per quanto riguarda "Tempi", volevo che un'esperienza come quella che avevo vissuto a "Il Sabato" potesse rimanere come piccola bandiera, senza alcuna presunzione. È stata una forma di gratitudine a una storia che sul fronte così importante del giornalismo mi aveva insegnato tanto. Pasolini doveva intervenire al Congresso radicale fu ucciso pochi giorni prima. Le sue parole furono lette da Vincenzo Cerani: «Io profetizzo l'epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo e i suoi chierici saranno chierici di sinistra». E allora credo che neanche Pannella avesse intuito la verità di quella profezia. Come cristiano voglio provare a cimentarmi con ragione e realtà. Con noi collaborano persone che cercano di misurarsi sulla ragione e sull'esperienza.
Nel "Sogno di una notte di mezza estate" Shakespeare fa dire a un personaggio: «Non basta parlare, bisogna parlare seriamente». Se riuscissimo a fare questo. Certo è difficile costruire, partire positivamente e non dal pettegolezzo, senza fermarsi sulla schiuma dell'onda. Questo lo devo «allo nostro maestro e autore». Oggi è il tempo di costruire. E anche di fronte ai nemici più nemici bisogna stare attenti a salvare sempre un'ultima positività.